Cosa abbiamo detto in Consiglio Comunale sul 25 novembre 2023

Martina Scialdone, 35 anni, 13 gennaio, Roma – Uccisa dall’ex compagno. Avvocata, specializzata in diritto di famiglia, si era occupata anche di violenza di genere.

Alina Cozac, 42 anni, 22 gennaio, Spoltore – Di origine romena, viene uccisa nel suo letto. Dopo 8 mesi di indagini, il convivente viene arrestato. Stava studiando per prendere la patente e essere più indipendente.

Giuseppina Traini, 85 anni, 25 febbraio, Capodarco – Accoltellata in casa per mano del marito. Era   costretta a letto da alcune fratture.

Danjela Neza, 29 anni, 6 maggio, Savona – Cameriera, è stata uccisa da un collega con cui aveva una relazione.

Giulia Tramontano, 29 anni, 27 maggio, Senago – Uccisa dal compagno che aveva prima tentato di avvelenarla. Era incinta di 7 mesi di Thiago.

Cettina De Bormida, 69 anni, 10 giugno, Catania – Investita dall’ex marito di un’amica. L’aveva convinta a lasciarlo perché violento.

Vera Schiopu, 25 anni, 19 agosto, Ramacca – Dopo aver trovato incongruenze con l’impiccagione, vengono fermati il compagno e un amico di lui. Era una bracciante agricola.

Klodiana Vefa, 35 anni, 28 settembre, Castelfiorentino – Uccisa in strada dall’ex marito, poi suicida, faceva due lavori per mantenere la famiglia.

Queste sono solo alcune delle storie delle 105 donne uccise fino a oggi nel 2023, 84 delle quali in ambito familiare o affettivo. È doveroso ricordarle, perché non diventino solo numeri, ma restino persone. Persone reali, vere, professioniste, amiche, sorelle. Vive.

Ma fra tutte, è impossibile non ricordare anche lei.

Giulia Cecchettin, 22 anni, Vigonovo, scomparsa l’11 novembre, ritrovata una settimana dopo, vicino al lago di Barcis – Laureanda in ingegneria biomedica, è stata uccisa dall’ex fidanzato che aveva lasciato perché possessivo e violento.

Quando è uscita la notizia della sua scomparsa insieme all’ex fidanzato, lo sapevamo già tutte cos’era successo. Speravamo di sbagliarci, oh quanto lo abbiamo sperato…ma lo sapevamo tutte, lo abbiamo gridato e per giorni non siamo state credute.

Lo sapevamo perché è una storia che conosciamo fin troppo bene, che solo quest’anno si è ripetuta almeno 105 volte e, comunque, ben più di altre, ci è entrata dentro, così vicina e reale, possibile anche nel nostro quotidiano, scatenando forse più di prima la nostra rabbia verso il sistema che l’ha permessa. Una furia che diventa marea e si riversa, indomita, nelle strade, senza violenza, che è quella a cui sono abituati i nostri aguzzini, ma piena di energia, di calore e della consapevolezza che insieme andiamo nella giusta direzione. Non è silenzio quello che serve, ma è rumore, è un coro di voci e grida che fa da cassa di risonanza alle parole di Elena Cecchettin, sorella e donna impavida anche di fronte alla peggiore violenza istituzionale di cui è capace questo paese. Capaci di risuonare così potenti da rafforzare il coraggio anche in coloro che, finalmente, hanno fiducia e riescono a rivolgersi a qualcuno, attraverso il numero 1522 o i centri anti-violenza, che negli ultimi giorni hanno visto più che raddoppiare le chiamate e le richieste di aiuto.

Nell’ultimo anno, il governo ha tagliato del 70% i fondi per la prevenzione della violenza di genere, a fronte di una volontà di inasprimento delle pene, proprio l’esatto contrario di ciò che andrebbe fatto. È sul prima che bisogna impegnarsi, non sul dopo; sull’origine della violenza, non sulle conseguenze.

Guardate, basterebbe molto meno. Basterebbe che, intanto, almeno le leggi che ci sono già venissero applicate; che le forze dell’ordine e la magistratura rispondessero adeguatamente al bisogno; che la stampa rispettasse il Manifesto firmato nel 2017 per un uso corretto delle parole e dell’informazione nelle questioni di genere; che si lavorasse per un cambiamento capillare dei rapporti sociali e per l’eliminazione della cultura dello stupro; e, soprattutto, si smettesse di credere che il femminismo è politicamente schierato ed è una guerra dei sessi. Il femminismo è di tutte, ma anche di tutti coloro che sono capaci di mettere in discussione loro stessi e la società patriarcale che ci ha cresciuti fino a oggi.

I nostri diritti di donne non sono più un argomento di discussione. Non ci interessa quello che pensate. Sono nostri e ce li stiamo prendendo. Negli ultimi 70 anni, abbiamo fatto così tanti passi avanti nel prenderci lo spazio che ci spetta che non smetteremo mai di lottare per essi. La supremazia del pensiero maschilista patriarcale è morta. Il 25 novembre non sarà mai più l’occasione per pulirvi la coscienza.

Ogni 25 novembre, ogni 8 marzo, ogni giorno fino a quando sarà necessario, vi ricorderemo che la nostra furia non si spegne, non staremo buone e, soprattutto, non staremo in silenzio. Mai più. 

Consigliera del Partito Democratico
Ilaria Sita